“Collage, incisioni”, la mostra di Enrico della Torre

Si è conclusa il 5 giugno 2016 la personale di Enrico Della Torre, mostra che ha come obbiettivo quello di portare alla conoscenza del pubblico i collage tra il 1965 e il 2009 (14 opere) e le incisioni tra il 1994 e il 2015 (26 opere).

Figura di spicco della grafica italiana e lombarda, Della Torre è conosciuto in tutto il mondo per le sue ricerche, le sue estetiche attraverso le opere presenti nelle collezioni pubbliche e private.

Il legame con Comabbio è particolarmente signficativo in quanto Della Torre, giovanissimo liceale, aveva conosciuto Lucio Fontana a Milano nel 1949. 

Dalla Sala Fontana si può vedere la casa proprio del fondatore dello Spazialismo, che molti giovani ha ispirato con le sue opere nel corso del XX secolo.

La mostra, curata dallo stesso artista, è introdotta da un testo di Luigi Cavallo che nel catalogo, con supervisione grafica di Massimo Cassani, scrive: 

“… Enrico Della Torre ha costituito le sue riserve, il suo idioma, come fosse lavoro di innesto, legatura e potatura, lavoro di coltivazione per un territorio che è in continua metamorfosi e viene accolto come apparizione. Ci indica destinazioni impreviste, nelle quali, comunque, incontriamo qualcosa di familiare; se non di “già visto”, di “già  immaginato”. Il passaggio a un campo personale di immagini è filtrato da un ritmo di allegorica semplificazione delle forme, registri elementari che si articolano crescendo per accostamenti e mutazioni sommesse, mai prorompenti né degenerate nell’arbitrio. O meglio, la deriva cui Delia Torre abbandona le sue forme è condotta da una leggera mobilità, un trasmutare di collocazioni che potremmo dire “estetiche” poiché sottoposte a una vagliatura filosofica, meditazione sui valori armonici e sulle essenze dei colori: dal vertice estenuato di una tinta sciolta nei bianco giunge a spessori di feltro, lanugini che assorbono la luce entro costruzioni che, talvolta, paiono trappole, ma non scatteranno mai: hanno già  incagliato luce e colore che servono all’emozione…”

(da:  Collage. Una poetica del frammento: Arp, Moser, Paolucci, Magnelli, Della Torre, Nevelson, Bonnefoi, Bazaine, Valenti, Voss. Museo Villa dei Cedri – Bellinzona, 28 marzo/27 Giugno 2010,  courtesy Pagine d’Arte – Tesserete.)

Un scritto di Gillo Dorfles introduce, in mostra e nel catalogo, la cartella Blu una serie di sette incisioni:

“Se per gli antichi alchimisti la Grande Opera per giungere alla realizzazione della Pietra Filosofale passava attraverso gli stadi della Nigredo, della Rubedo, dell’Albedo, per Enrico Della Torre dovrebbe esistere anche una fase di “opera al blu” (dobbiamo battezzarla Bluedo?) capace di schiudere le porte a quell’Opus Magnum che rimane, in fondo, l’aspirazione di ogni artista di oggi e di sempre. E, davvero, questa serie di sette incisioni, tutte impostate sul blu, ne sono una efficace testimonianza.  Quel rigore geometrico – che fu alla base di molta arte astratta degli anni trenta-quaranta – e che, soprattutto nella Konkrete Kunst svizzero/tedesca doveva tendere a eliminare ogni emozione, ogni sentimento dai dipinti e dalle statue, – é invece decisamente superato nell’opera – tanto pittorica che incisoria – di Della Torre. Anzi, l’aspetto più sorprendente delle sue incisioni – e in particolare di questa cartella – è la straordinaria componente “patetica” della stessa.

L’artista, cioè, riesce a costruire le sue immagini – sempre calibratissime – senza mai perdere di vista quella dimensione umana che fa di ogni linea, di ogni reticolo, di ogni punto, l’equivalente d’un dato emotivo, d’un ricordo affettivo….”

(Dalla cartella Blu, Franco Masoero – Edizioni d’Arte – Torino – 1994)

Le sette incisioni ispirate alle poesie di Biagio Marin sono introdotte da un commento di Edda Serra:

“… Ho seguito da vicino la costruzione della personale antologica mariniana che Enrico Della Torre, lettore dei Canti de l’isola, è andato facendosi, come ogni lettore fa, per selezione e riduzione, per sintonia e successive appropriazioni irrinunciabili.

Partito da una trentina di componimenti, la sua scelta si è concentrata su una quindicina di poesie relative agli anni 1973-1985, un itinerario che va dall’onda del vitalismo e del canto pieno di El vento  de l’Eterno se fa teso al silenzio del Vento e a La granda aventura; alla fine ci consegna la selezione di sette poesie: questo è il suo Marin. La suggestione della più ampia frequentazione dei Canti de l’isola è però intera nella scelta del segno e nel gesto della mano che incide e non si risparmia con il brunitoio ad esprimere l’emozione del proprio canto in risposta a quei cieli stellati, a quell’essere barca in navigazione, alla contemplazione della luce cui Marin ci ha abituati, alla caduta delle stelle che lasciano calva la notte nel suo blu, alla bianca vibrazione dei fiori di ciliegio. Il destino dell’allodola è di perdere la terra. 

Il discorso della luse resta, e Enrico Della Torre ce ne dà amorevole testimonianza nell’ascolto del cuore in dialogo con il poeta; il suo discorso del tutto personale reca evidente nel segno la raffinatezza, la delicatezza, la densità del significato, la misura, che è omologa a quella di Marin.”

(Dall’edizione Centro Studi Biagio Marin, Stamperia d’Arte Federico Santini – Udine – 2003)

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